Category Archive: CULT NOT CLASSIC

  1. CULT NOT CLASSIC: SOUNDS OF SILENCE – SIMON & GARFUNKEL

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    Simon & Garfunkel, restano sempre lì, timidi nel limbo tra il rock e il folk, tra Bob Dylan e i Beach Boys.

    Ecco perché ho scelto di parlare di Sounds of Silence l’opera maestra del duo acustico americano.

    Sounds of Silence esce nel ’66, nel pieno della metamorfosi del rock. Il rock’n roll allegro e spensierato si stava trasformando in qualcosa di più consistente, profondo e introspettivo, alla luce di quello che stava accadendo in America.

    Anche solo leggendo il testo di the sound of silence si riesce a avere ben chiaro tutta la filosofia che sostiene l’album, il rumore del silenzio, l’oscurità amica, il bisogno di isolamento, il disagio raccontato con poesia, mai gridato o ostentato. Simon & Garfunkel non protestano, non si ribellano, sono riflessivi e vagamente rassegnati.

    Mai incazzati, mai melensi, sempre dritti al punto ma con delicatezza, nei suoni, acustici, leggeri, quasi naturali e con le parole semplici ma profonde. Sono semplicemente canzoni dei sentimenti senza essere banalmente sentimentali. Nessuno era stato così abile da argomentare le sensazioni come gli inquieti discreti Simon & Garfunkel.

    Canzoni per innamorarsi queste, di un luogo, di un profumo, di una stagione, di un attimo che passa e che non tornerà mai più. Attualissimo.

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  2. CULT NOT CLASSIC: JOY DIVISION – AN IDEAL FOR LIVING

    Nei salottini ancora si discute sulla paternità dell’Ep. Secondo alcuni da attribuire ancora ai Warsaw, secondo altri, a tutti gli effetti, ai Joy Division.

    La questione è di poco conto ai fini pratici, sempre di Ian Curtis e company si tratta; rileva al massimo ai fini di una corretta qualificazione musicale e di genere. Infatti quello che ascoltiamo di queste tracce è molto Warsaw e poco Joy Division – per come li abbiamo conosciuti, o per come ce li hanno imposti i media. Ciò che conta, comunque, è l’importanza di un lavoro poco conosciuto dalla folla – e dai fans dell’ultimo minuto – che invece ha dato un’impronta profondissima al rock inglese.

    An Ideal for Living esce, se non in contemporanea, appena dopo i Sex Pistols e musicalmente, si evince già dal primo ascolto quanto il punk abbia influenzato questo primo lavoro. Ma non solo. Non c’è quel distruttismo cosmico e insurrezionalista di Never Mind the Bollocks, ma al contrario ci troviamo di fronte ad un delirio lucido del contesto sociale.

    Non ho chiesto di venire al mondo, mi ci hanno portato e oggi posso solo sentirmi una vittima. Vittima delle frustrazioni; delle illusioni, che nascono nel mio intimo, alimentate da chi mi circonda ed infrante contro le pareti della mia camera. Non c’è voluto molto per e per farmi cadere nel oblio, un oblio domestico nel quale dominano noia ed alienazione. Mi avete ingannato, dandomi una pacca sulla spalla prima e sgambettandomi da dietro poi. Davanti a me un muro. Qualcuno mi aveva detto che avrei anche potuto fare un balzo per lasciarmelo alle spalle e invece, alzo gli occhi e non vedo nemmeno la sua fine.

    Album manifesto di una nascente ed alternativa gioventù Hitleriana, costretta ad omologarsi e a seguire le orme dei potenti per sopravvivere dignitosamente, ma senza onore, nel mondo che si è trovata di fronte e dal quale non c’è salvezza.

    L’Ep suona molto punk, appunto, con le nevrotiche schitarrate di Bernard Sumner che tagliano il suono ed improvvisi crash di batteria che, come lampi, squarciano la metrica e preludono a quelli che saranno i tipici suoni New Wave, propri dei Joy Division medesimi.  Ian Curtis, ancora quasi irriconoscibile, sbeffeggia arrogante il suo mito David Bowie  - dal quale deriva proprio il nome Warsaw - e ne trasforma l’immagine, creando un forte senso di ribellione e di esasperazione. Peter Hook fa il resto, sebbene siamo ancora lontani dai bassi torbidi e melmosi di Unknown Pleasures.

    In questo breve scorcio di tempo – poco più di un quarto d’ora –  ci troviamo di fronte al progetto Joy Division ancora in nuce, primordiale per certi aspetti, ma già indirizzato, quanto a sonorità, verso la New Wave della quale vedranno l’inizio, ma non la fine.

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  3. CULT NOT CLASSIC: NEW ORDER – POWER, CORRUPTION & LIES

    Manchester era cambiata e anche noi sentivamo che qualcosa era mutato, per sempre. Ian non c’era più e durante quegli anni di incosolabile travaglio, tra un primo album incerto e nuove idee, arrivarono le luci e la disco. Liberarsi del fardello del passato è stato impegnativo e senza dubbio qualcosa ce lo siamo portati dietro, ma oggi, dopo anni guardiamo indietro, a quel 1983, quando Power, Corruption & Lies, stravolse il mondo della musica.

    E lo stravolse a partire dalla sua copertina, così semplice e scarna a prima vista, ma così criptica ed innovativa. Tratta da Basket of Roses di Henri Fantin-Latour, rappresenta la solitudine del dolore, il passare inesorabile del tempo e lo colora con le tonalità fioche dei sentimenti. Allo stesso tempo, però, esalta il mondo dei segni e ci fornisce innumerevoli chiavi di lettura. Colori, numeri e lettere in un enigma per veri appassionati. Ogni fiore, ogni sfumatura di colore (cui corrispondono altrettante lettere), infatti, cela il senso intero del loro lavoro e lo rende ancora più interpretabile e meno scontato.

    Meno scontato perchè le lunghe sequenze delle drum machine, spesso identiche tra loro, sono tutt’altro che un semplice susseguirsi di algoritmi e codici, ma sono l’essenza del nuovo che avanza e che si fa spazio tra le corde delle chitarre di Sumner; a volte in punta di piedi, altre, inarrestabile come un carro armato.

    Manchester era cambiata, si diceva; e anche noi, in quel momento di crescita obbligata dovevamo cambiare. Avremmo potuto cambiare anche il mondo, perchè no? E così fu, infatti.

    Quando venne presentata al mondo Blue Monday lo shock fu immediato. Ripresa nelle sue fasi embrionali in 586 e The Beach e poi trasformata in uno dei più grandi successi della storia, rappresenta la novità per eccellenza. Sample della Oberheim DMX ed il genio di Steve Morris che imbastisce una sequenza ritmica rivoluzionaria e portata al limite, con quel cambio di rullanti che frana sul timpano. La formula vincente nasce da qui; dalla simbiosi tra l’organico ed il meccanico, tra semplici “rumori” e fantasie visionarie. Influenzati, indubbiamente dai Kraftwerk e dalla primissima disco music aggiungono ulteriori elementi che lo rendono, se non fosse già palese, un disco epocale. Basso e voce fanno il resto; cupo il primo, quasi indecifrabile la seconda. Una voce fredda che si contrappone magistralmente al calore intenso del basso di Peter Hook.

    Ma il disco è anche tradizionale e regala ballate New Wave tra le più belle mai ascoltate: Age of Consent, Leave Me Alone e Your Silent Face; accompagnate, peraltro, da liriche sincere che legano come un cordone ombelicale il passato ed il nuovo ordine, in un gioco di ricordi e speranze che smuove l’animo.

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  4. CULT NOT CLASSIC: THE SMITHS – MEAT IS MURDER

    L’impegno politico e la protesta sociale hanno vari volti e i The Smiths in questo senso hanno indossato sempre le più svariate maschere per manifestare il loro dissenso. Meat is Murder però, a differenza di altri importantissimi album nella carriera di Morrisey, è indubbiamente il più esposto ed in parte il più maturo. Sono lontani – sebbene non in senso prettamente cronologico – i tempi dei fiori in tasca, con i quali si è dato il via al fenomeno indie modernamente inteso e spesso ridotto a stereotipo culturale, più che musicale.

    Questo è un Cult d’altri tempi, un cult che con grande ironia e senso del reale, come una lista della spesa, ha elencato le dinamiche che più interessavano la band. Sarebbe riduttivo, peraltro, fermarsi all’analisi semantica delle parole e all’impatto del soldatino sul campo di battaglia. La protesta investe tutto il Paese, a partire, ovviamente, dalla loro Manchester, città nella quale era più facile prendere schiaffoni dai maestri che leggere un libro.

    L’album parte dalle piccole dinamiche del terrorismo psicologico del mondo dell’istruzione –  indubbiamente autobiografiche – per arrivare al lamento dei bovini maciullati dai magnati della ristorazione. Oggi, forse, tutto questo può sembrare banale, ma per i tempi era sicuramente un elemento in parte anche pericoloso, soprattutto se manifestato da una band sempre definita, anche qui in modo molto riduttivo, pop; band che, peraltro, doveva necessariamente superare il discreto impatto del primo album.

    In mezzo ci sta tutto il classico repertorio dei The Smiths e quindi la poesia mescolata ad efficacissime melodie e chitarre caratteristiche del mondo britannico; ovviamente la costante è sempre la solitudine e quel senso di impotenza di fronte ai massimi sistemi. Musicalmente intraprendono sentieri più incerti, che introducono alla musica anni novanta e non si limitano ai riff alla This Charming Man. Le ballate d’amore però non mancano e, soprattutto, in Well I Wonder troviamo quel filo conduttore che collega i sentimenti e l’arte di Morrisey alla musica che ha sempre prodotto.

    Fiori o non fiori, questo è il dilemma.

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  5. CULT NOT CLASSIC: RADIOHEAD – AMNESIAC

    Registrato nella stessa sessione di Kid-A, Amnesiac è stato spesso considerato dalla massa come il fratello povero dell’album che ha segnato il cambiamento dei Radiohead. Che poi parlare di cambiamento è sempre pericoloso; forse, infatti, sarebbe meglio chiamarla evoluzione, ovvero sperimentazione.

    In realtà, ci troviamo di fronte al lavoro che, forse, più di tutti ha contraddistinto il potere compositivo e camaleontico di una della rock band più innovative della storia. Un potere che sa manifestarsi nelle più svariate forme: dall’elettronica sperimentale, al classico rock alternativo di Ok Computer. Un potere a volte ingombrante, capace di trasformare un album da cantina in un Cult d’altri tempi.

    Amnesiac è disordinato, scomposto e senza apparente filo logico, rispetto ai lavori precedenti. Un album complesso che, traccia dopo traccia, viene scandito dalle emozioni e dalle sensazioni. La malinconia di Pyramid Song e la disillusione di Knives Out; le lente rullate jazz ed i primi sentori di quello che sarà il nuovo volto dei Radiohead. Parte del lavoro, infatti, è caratterizzata dal totale distacco dagli schemi pop e strutturati del fare musica di quegli anni.

    Un Cult che ha chiuso un ciclo e che ha messo in note il turbamento maturo della band.

    Chiudo, parafrasando lo stesso Yorke“Kid A” era come uno shock elettrico. “Amnesiac” è come essere nei boschi, in campagna. Penso che l’artwork sia il modo migliore per spiegarlo. L’artwork di “Kid A” era tutto sviluppato sulla distanza. I fuochi erano tutti dall’altra parte della collina. Con “Amnesiac”, tu sei nella foresta mentre divampa il fuoco».

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  6. CULT NOT CLASSIC: LESSERS MATTERS – THE RADIO DEPT.

    Oggi vi parlo di un vero e proprio Cult, forse un po’ underground, ma ad inizio millennio è stato un fulmine a ciel sereno, che merita di essere riportato a galla: Lessers Matters dei The Radio Dept..

    Album d’esordio della band svedese, che ha immediatamente entusiasmato la critica e che, nostro malgrado, si è imposto solo a veri cultori di quello che è rimasto dell’universo New Wave. Non fermiamoci, però, alle etichette.

    Lessers Matters è un viaggio organico, che mescola in modo superbo differenti stili musicali e che, soprattutto, non copia asetticamente ciò che ci hanno lasciato i pionieri del primissimo dreampop.  Ogni brano è connotato da leggerissime melodie, che esprimono un azzeccatissimo compromesso tra il nuovo ed il vecchio, tra il sintetico e l’acustico. E ancora, traccia dopo traccia, troviamo potenti riverberi e numerosi arpeggi; un dipinto dal cielo grigio con pochi e timidi raggi di sole. Tutto dominato da un’atmosfera lo-fi che rende il progetto unico e, per certi versi, inimitabile (o irripetibile).

    Molte le citazioni, molti i rimandi. Dallo Shoegaze, ai Cure; dai The Smiths agli Smashing Pumpkins sebbene, hanno sempre dichiarato di ispirarsi moltissmo ai Pet Shop Boys. (ma questo lo si vedrà nel corso della lunga carriera con gli album più recenti). Molte le citazioni sì, ma poche le scimmiottature dei grandi.

    Brani come 1995Why won’t you talk about this? o Ewan, riportano la mente ai giorni passati ed alle mille malinconie dei giorni sventurati, ma lo fanno con un’educazione ed una posatezza che in pochissime band riusciamo a trovare. Un senso di vuoto e di solitudine, che le loro terre raccontano; un approccio maturo alle difficoltà e la lucida capacità di mettere in note il profondo rimpianto, per ciò che non siamo in grado di superare.

    Ho scelto Against The Tide, che forse più di tutti porta con sè il messaggio che questi ragazzi vogliono lasciarci; brano che, peraltro, verrà poi ripreso nella piu recente We would fall against the tide.  Un brano nel quale la forza della melodia è portata fino ai gradini più alti della semplicità e della coerenza; melodia che, con pochi e precisi versi, ci trascina leggera verso il senso della vita e dell’amore.

    Cause you and i, we move against the tide.

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    Today we speak of a veritable cult, maybe a little ’underground, but at the beginning of the millennium was a bolt from the blue, that deserves to be resurfaced: Lessers Matters of The Radio Dept..

    Swedish band’s debut album, which immediately impressed the critics and that,in spite of us, it is imposed only to true lovers of what is left of the universe of New Wave. But go one and do not stop to labels.

    Lessers Matters is an organic journey that blends superbly different musical styles and, above all, do not copy aseptically what we’ve taken from first pioneers of Dreampop. Each track is marked by the tiny tunes, that express a compromise between the old and new, between the synthetic and the acoustic. Track after track, we find powerful reflections and numerous arpeggio; a painting from the gray sky with a few timid sun beams. All it’s dominated by lo-fi atmosphere, that makes the project unique.

    There are many citations and many references. From Shoegaze to the Cure; from the Smiths passing by The Smashing Pumpkins, though, they’ve always claimed to be inspired from Pet Shop Boys (especially in newest album). Many of the quotes, yes, but few of the great mockery. Songs like “1995“, “Why won’t you talk about this?” or “Ewan“, bring the mind to the thousand melancholy days,  but they do it with an education and a poise that it’s not easy to find in bands . A sense of emptiness and loneliness, which tell of their lands; a mature approach to the difficulties and a lucid ability to notes in the deep regret for what we are not able to overcome.

    I chose “Against The Tide“, which, perhaps, most of all brings the message that these guys want to leave; this song, however, was later taken up in the most recently “We would fall Against the Tide“. A song, in which, the strength of the melody is carried to the upper echelons of simplicity and consistency; melody that, with few and  precise verses, drags us toward the meaning of life and love.

    Cause you and i, we move against the tide.

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