L’impegno politico e la protesta sociale hanno vari volti e i The Smiths in questo senso hanno indossato sempre le più svariate maschere per manifestare il loro dissenso. Meat is Murder però, a differenza di altri importantissimi album nella carriera di Morrisey, è indubbiamente il più esposto ed in parte il più maturo. Sono lontani – sebbene non in senso prettamente cronologico – i tempi dei fiori in tasca, con i quali si è dato il via al fenomeno indie modernamente inteso e spesso ridotto a stereotipo culturale, più che musicale.
Questo è un Cult d’altri tempi, un cult che con grande ironia e senso del reale, come una lista della spesa, ha elencato le dinamiche che più interessavano la band. Sarebbe riduttivo, peraltro, fermarsi all’analisi semantica delle parole e all’impatto del soldatino sul campo di battaglia. La protesta investe tutto il Paese, a partire, ovviamente, dalla loro Manchester, città nella quale era più facile prendere schiaffoni dai maestri che leggere un libro.
L’album parte dalle piccole dinamiche del terrorismo psicologico del mondo dell’istruzione – indubbiamente autobiografiche – per arrivare al lamento dei bovini maciullati dai magnati della ristorazione. Oggi, forse, tutto questo può sembrare banale, ma per i tempi era sicuramente un elemento in parte anche pericoloso, soprattutto se manifestato da una band sempre definita, anche qui in modo molto riduttivo, pop; band che, peraltro, doveva necessariamente superare il discreto impatto del primo album.
In mezzo ci sta tutto il classico repertorio dei The Smiths e quindi la poesia mescolata ad efficacissime melodie e chitarre caratteristiche del mondo britannico; ovviamente la costante è sempre la solitudine e quel senso di impotenza di fronte ai massimi sistemi. Musicalmente intraprendono sentieri più incerti, che introducono alla musica anni novanta e non si limitano ai riff alla This Charming Man. Le ballate d’amore però non mancano e, soprattutto, in Well I Wonder troviamo quel filo conduttore che collega i sentimenti e l’arte di Morrisey alla musica che ha sempre prodotto.
Registrato nella stessa sessione di Kid-A, Amnesiac è stato spesso considerato dalla massa come il fratello povero dell’album che ha segnato il cambiamento dei Radiohead. Che poi parlare di cambiamento è sempre pericoloso; forse, infatti, sarebbe meglio chiamarla evoluzione, ovvero sperimentazione.
In realtà, ci troviamo di fronte al lavoro che, forse, più di tutti ha contraddistinto il potere compositivo e camaleontico di una della rock band più innovative della storia. Un potere che sa manifestarsi nelle più svariate forme: dall’elettronica sperimentale, al classico rock alternativo di Ok Computer. Un potere a volte ingombrante, capace di trasformare un album da cantina in un Cult d’altri tempi.
Amnesiac è disordinato, scomposto e senza apparente filo logico, rispetto ai lavori precedenti. Un album complesso che, traccia dopo traccia, viene scandito dalle emozioni e dalle sensazioni. La malinconia di Pyramid Song e la disillusione di Knives Out; le lente rullate jazz ed i primi sentori di quello che sarà il nuovo volto dei Radiohead. Parte del lavoro, infatti, è caratterizzata dal totale distacco dagli schemi pop e strutturati del fare musica di quegli anni.
Un Cult che ha chiuso un ciclo e che ha messo in note il turbamento maturo della band.
Chiudo, parafrasando lo stesso Yorke: “Kid A” era come uno shock elettrico. “Amnesiac” è come essere nei boschi, in campagna. Penso che l’artwork sia il modo migliore per spiegarlo. L’artwork di “Kid A” era tutto sviluppato sulla distanza. I fuochi erano tutti dall’altra parte della collina. Con “Amnesiac”, tu sei nella foresta mentre divampa il fuoco».
Oggi vi parlo di un vero e proprio Cult, forse un po’ underground, ma ad inizio millennio è stato un fulmine a ciel sereno, che merita di essere riportato a galla: Lessers Matters dei The Radio Dept..
Album d’esordio della band svedese, che ha immediatamente entusiasmato la critica e che, nostro malgrado, si è imposto solo a veri cultori di quello che è rimasto dell’universo New Wave. Non fermiamoci, però, alle etichette.
Lessers Matters è un viaggio organico, che mescola in modo superbo differenti stili musicali e che, soprattutto, non copia asetticamente ciò che ci hanno lasciato i pionieri del primissimo dreampop. Ogni brano è connotato da leggerissime melodie, che esprimono un azzeccatissimo compromesso tra il nuovo ed il vecchio, tra il sintetico e l’acustico. E ancora, traccia dopo traccia, troviamo potenti riverberi e numerosi arpeggi; un dipinto dal cielo grigio con pochi e timidi raggi di sole. Tutto dominato da un’atmosfera lo-fi che rende il progetto unico e, per certi versi, inimitabile (o irripetibile).
Molte le citazioni, molti i rimandi. Dallo Shoegaze, ai Cure; dai The Smiths agli Smashing Pumpkins sebbene, hanno sempre dichiarato di ispirarsi moltissmo ai Pet Shop Boys. (ma questo lo si vedrà nel corso della lunga carriera con gli album più recenti). Molte le citazioni sì, ma poche le scimmiottature dei grandi.
Brani come 1995, Why won’t you talk about this? oEwan, riportano la mente ai giorni passati ed alle mille malinconie dei giorni sventurati, ma lo fanno con un’educazione ed una posatezza che in pochissime band riusciamo a trovare. Un senso di vuoto e di solitudine, che le loro terre raccontano; un approccio maturo alle difficoltà e la lucida capacità di mettere in note il profondo rimpianto, per ciò che non siamo in grado di superare.
Ho scelto Against The Tide, che forse più di tutti porta con sè il messaggio che questi ragazzi vogliono lasciarci; brano che, peraltro, verrà poi ripreso nella piu recente We would fall against the tide. Un brano nel quale la forza della melodia è portata fino ai gradini più alti della semplicità e della coerenza; melodia che, con pochi e precisi versi, ci trascina leggera verso il senso della vita e dell’amore.
“Cause you and i, we move against the tide.”
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Today we speak of a veritable cult, maybe a little ’underground, but at the beginning of the millennium was a bolt from the blue, that deserves to be resurfaced: Lessers Matters of The Radio Dept..
Swedish band’s debut album, which immediately impressed the critics and that,in spite of us, it is imposed only to true lovers of what is left of the universe of New Wave. But go one and do not stop to labels.
Lessers Matters is an organic journey that blends superbly different musical styles and, above all, do not copy aseptically what we’ve taken from first pioneers of Dreampop. Each track is marked by the tiny tunes, that express a compromise between the old and new, between the synthetic and the acoustic. Track after track, we find powerful reflections and numerous arpeggio; a painting from the gray sky with a few timid sun beams. All it’s dominated by lo-fi atmosphere, that makes the project unique.
There are many citations and many references. From Shoegaze to the Cure; from the Smiths passing by The Smashing Pumpkins, though, they’ve always claimed to be inspired from Pet Shop Boys (especially in newest album). Many of the quotes, yes, but few of the great mockery. Songs like “1995“, “Why won’t you talk about this?” or “Ewan“, bring the mind to the thousand melancholy days, but they do it with an education and a poise that it’s not easy to find in bands . A sense of emptiness and loneliness, which tell of their lands; a mature approach to the difficulties and a lucid ability to notes in the deep regret for what we are not able to overcome.
I chose “Against The Tide“, which, perhaps, most of all brings the message that these guys want to leave; this song, however, was later taken up in the most recently “We would fall Against the Tide“. A song, in which, the strength of the melody is carried to the upper echelons of simplicity and consistency; melody that, with few and precise verses, drags us toward the meaning of life and love.
Per la settimana di Natale vi propongo, il cult dei cult, il fondamentale, la base, il mito: Highway 61 Revisited dell’immortale Bob Dylan.
Il disco del 1965 racchiude diversi generi musicali: in primis il rock and roll, poi il folk e il blues. Un lavoro rivoluzionario, non solo per i contenuti dei testi, veri e propri inni di una e più generazioni, ma per il suono, anticonformista e pieno di contaminazioni.
Senza paura, senza aspettative, questo disco sembra essere più un lavoro diretto all’artista stesso che al pubblico. Dylan non ha paura di sfogare la sua rabbia, non ha paura di mescolare il blues con le chitarre elettriche e il folk con il rock and roll.
Una lunga autostrada la highway 61, che attraversa l’America da nord a sud fino alla musicalmente fertilissima Louisiana. Questo lavoro è quindi,sostanzialmente, un viaggio in cui Bob Dylan si apre alle diverse influenze musicali americane con grande curiosità e desiderio di scoperta e contaminazione. È album che sa di America, quella autentica, non quella patinata, ma quella vera della campagna, delle periferie, delle fumose città, della gente comune. Con un tono forse meno di ribellione e di palladino dei diritti civili, ma comunque diretto e senza censure, Bob Dylan racconta sé stesso come se stesse vomitando: senza riuscire a contenersi e senza formalismi.
A Natale rispolverate questo cult, perché ogni tanto fa bene chiedersi “how does it feel” , o se non altro per risentire il magico suono dell’armonica hammond.
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For Christmas week I suggest you, the cult of the cult, the fundamental, the basic, the myth: Highway 61 Revisited by the immortal Bob Dylan. The album of 1965 contains different kinds of music: rock and roll at first, then the folk and blues. A revolutionary work, not only for lyric contents , hymns for generations, but for the sound, unconventional and full of contaminants. Without fear, without expectations, this album seems to be more for the artist himself than for the pubblic . Dylan is not afraid to give vent to his anger, not afraid to mix the blues with electric guitars and folk music with rock and roll. A so long highway, the highway 61, which crosses America from north to south, finally to the musically fertile Louisiana. This work is therefore essentially a journey in which Bob Dylan opens himself to different American musical influences with great curiosity and desire for discovery and contamination. This album tastes of America, the real one, not the insincere one: the real campaign, the suburbs, the smoky city of ordinary people. Maybe with less rebel tone of the civil rights champion, anyway direct and uncensored, Bob Dylan tells himself as if he were vomiting: unable to contain himself, and without formality.
At Christmas, brush up this cult, because sometimes it good to ask “how does it feel”, or, at least, just to listen the harmonic Hammond magic sound.
Se non sapete cosa fare domani sera vi segnaliamo un concerto davvero interessante alla Salumeria della Musica a Milano. Christopher Cross autore di grandi hit degli anni ’80 vincitore di 5 Grammy, 1 Golden Globe e 1 Oscar autore di “Best that you can do” colonna sonora del film Arthur presenterà il suo nuovo album di inediti “Doctor Faith”.
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If you do not know what to do tomorrow night, we announce a concert really interesting to Salumeria della Musica in Milan. Christopher Cross author of great hits from the 80s winner of 5 Grammy, Golden Globe and 1 Oscar 1 author of “Best That You Can Do” soundtrack of the movie Arthur present his new album “Doctor Faith”.
Dopo qualche settimana di latitanza [cit…] eccomi di nuovo fra voi a raccontarvi un cult.
In queste giornate fredde e piovose, per sfuggire alla depressione, vi consiglio un vellutato capolavoro soul : Songs in the key of life di Stevie Wonder.
Nel 1976, dopo un periodo di meditazione, il poliedrico musicista, compositore e autore americano sforna un vero e proprio capolavoro: 21 canzoni divise in due volumi (I e II), che colpiscono direttamente l’anima.
La voce di Stevie è limpida e cristallina ed è dominata da una tecnica vocale incredibile. Nonostante i vibrati e i complicati giochi di voce, resta sempre così opportuno e perfetto, mai eccessivo.
Ma non è solo la sua voce straordinaria a rendere questo disco un capolavoro: è il combinarsi di diversi talenti: quello di musicista (tastiere, batteria, bass keyboards, armonica ), di autore ( Wonder non è solo un banale poeta d’amore, ma spazia oltre, nell’intimità, nella introspezione, nell’attualità) e poi ovviamente quello di performer.
E’ un lavoro che va dal soul più profondo e autentico al più movimentato funky- dance. Stevie Wonder con questo album diventa definitivamente un punto fermo e ispirazione per il pop futuro. Songs in the key of life: inimitabile e unica perla della musica dell’anima.
Vorrei solo riuscire a dimenticare le penose cover da karaoke di queste canzoni…
After a few weeks absconding [cited ...] I’m back among you to tell a cult. In these cold and rainy days, in order to escape depression, I recommend a velvet soul masterpiece: Songs in the Key of Life by Stevie Wonder.
In 1976, after a period of meditation, the multifaceted american musician, composer and author produces a true masterpiece: 21 songs divided into two volumes (I and II), which directly affect the soul. Stevie’s voice is crystal clear and is dominated by an amazing vocal technique. Despite the complicated games and vibrato voice he is always so appropriate and perfect, never excessive. But it’s not only his extraordinary voice that makes this album a masterpiece: it is the combination of different talents as a musician (keyboards, drums, keyboards, bass, harmonica), as author (Wonder is not just an ordinary poet of love, but goes beyond, in private, in introspection, in current) and then of course as a performer. It ‘a work that goes from the deepest real soul to the exciting funky- dance. Stevie Wonder with this album it is definitely a milestone and inspiration for the future of pop. Songs in the Key of Life: pearl of the inimitable and unique music of the soul.
I just want to be able to forget the painful karaoke cover of these songs …