Ecco, dimenticate i fenomeni da baraccone e la capigliatura tutta stile e tendenze moicane di Skrillex. Dimenticate il lato commercial della dubstep, con pubblicità luminose, colori e cassa di default. Dimenticate, ancora, il fracasso senza senso, di chi un po’ per furbizia, un po’ per noia ha deciso di lanciarsi nel mondo Dub; che poi dare etichette, quando si parla di George Fitzgerald può essere controproducente.
I più non sanno nemmeno chi sia, ma quando Milano regala queste perle, non possiamo fare altro che assecondarla e lasciarci trascinare nel sottoscala.
George Fitzgerald rappresenta in pieno l’artista del momento. Un producer perso, in parte, nelle molteplici potenzialità dell’elettronica, che cerca di ricavare, dagli strumenti di oggi, quel sapore sporco ed anche un po’ tossico degli anni ’90. Attraverso una sofisticata ricerca delle origini del groove deep, George, si muove con perizia ed eleganza, lasciando impronte profonde nel cemento. (Certo, non parliamo delle mani e dei piedi di Hollywood, ma parliamo, e continuo a sottolinearlo, di qualcosa che va ben oltre il commerciale e l’accessibile a tutti e a tutti i costi).
La rete è piena di release che confermano questa sua attitudine alla melodia per metà house e per l’altra metà D’n'B.
Intenso, mai banale e soprattutto non frettoloso, sa gestire le scansioni metriche di dischi a prima vista semplici, ma che tuttavia richiedono una grande attenzione. E noi lo seguiamo come si seguono le nuvole che cambiano forma; senza distrazioni, seguendo il flusso che si impone con la sua struttura accademica e che ci persuade per l’estrema varietà di suoni di cui si compone.
Un suono educato, molto mentale, che richiede attenzione ed altrettanta pace interiore, ma che non ci obbliga ad essere dei Nobel della musica per apprezzarne il valore.
SPECTRUM - A NIGHT VISION – DUDE CLUB – MILANO – 24/03/12 – SAVE THE DATE
Continuo a ritenere il future garage il fenomeno attualmente più piacevole, autenticamente fresco e interessante del panorama dell’elettronica britannica contemporanea, o almeno di quella per così dire più “di consumo”. Da XXXY a Indigo alle release di Hessle, Fortified e Hyperdub ci sono tanti nomi e tante uscite che vale la pena di ascoltare e apprezzare, più di altro materiale più mainstream – e a mio avviso più noioso, modaiolo e sclerotizzato (Jamie XX, James Blake e simili). Trovo molto affascinante il fil rouge musicale che collega tantissime manifestazioni dell’elettronica britannica, dalla scena rave di inizio anni ’90 fino a ora, mi sembra sempre di avvertire qualcosa di simile e ricorrente, come una rotazione di echi, che si muove in sottofondo.
Qualche nome più o meno noto da seguire:
I still personally find future garage the cooler and most interesting phenomenon of British contemporary music. Or at least, of its “consumer” side. From XXY to Indigo to Hessle, Fortified or Hyperdub releases, there’s plenty of names worth a listen, far more than other mainstream and more boring, trendy and sclerotised material (Jamie XX, James Blake and similar). I always feel there’s a deep, same pattern moving underneath British electronic acts, a sort of a circulation of sounds and echoes, a fil rouge linking all Brit acts from early ’90s rave scene musicians to nowadays music.
Some more or less known names to follow – not mentioning Martyn and his latest, brilliant album:
Inauguro la mia presenza qui introducendovi a Old Apparatus, uno dei progetti più interessanti e complessi che mi siano capitati fra le mani quest’anno. OA è un collettivo di producer londinesi anonimi celati dietro un pugno di produzioni e un concept grafico tanto essenziale quanto suggestivo (foto invecchiate in nero/rosa di curiosi ibridi umani, la cui testa è sostituita da ammassi ballardiani di obiettivi fotografici e targhe metalliche). Nessuna informazione, pochissime parole, pochi titoli, solo sigle, numeri o “untitled” a designare i brani. Due sole uscite, entrambe per Deep Medi Musik.
Il collettivo ha, per ora, due facce: quella di Zebulon (il secondo EP, uscito da pochi mesi) più fruibile, catchy e immediata, e quella di Old Apparatus EP (2010) e altro materiale precedente, più ostica e sperimentale. Il riferimento per tutto quello che andrò scrivendo è a questa parte di materiale (a mio avviso un po’ più valida dell’altra).
Il bacino musicale in cui naviga il collettivo è quello della – solita, direi ormai – neo-post-dubstep, o future garage vagamente “dark” (“dark” nel senso della vecchia jungle britannica di Suburbase e Metalheadz), insomma quel filone di beat frammentati, oscuri e polverosi annegati in un lago di riverberi e rumori industriali rispolverato da Burial qualche anno fa. Ciò che rende OA un fenomeno più o meno unico è precisamente come tutto questo viene assimilato, elaborato e approfondito.
C’è melodia anche in OA, c’è ritmo, c’è anche qualche cantato, ma tutto questo (e qui sta lo scarto di valore con il resto del genere) è soffocato da una nube industrial/ambient che lentamente mortifica e disperde ogni accenno di musicalità “normale”. Se per metà siamo in territorio Hyperdub quanto a cupezza e immaginario genericamente “urbano” (lamenti pitchati e fruscii di Burial a parte), per l’altra metà siamo vicini all’approccio di quei musicisti industrial o noise che lavorano sulla reiterazione, sulla dilatazione e sulla circolazione barthesiana del senso, dei suoni, delle forme (mi vengono in mente Satori o Sleep Research Facility come dilatazione estrema dei suoni e Morgenstern o cazzari stramboidi giapponesi come Aube – per cui ho un debole – come capacità di far germogliare un ritmo da un caos di rumori).
Old Apparatus è insomma una sintesi impressionante, solida e intelligente di melodia, riconoscibilità, vicinanza a riferimenti popolari (neo-post-pre-future-no-dubstep, Hyperdub) e di ricerca, dilatazione, negazione musicale vicini all’industrial e all’ambient/noise. Musica che va indubbiamente ascoltata, e spesso con pazienza, ma vale decisamente un tentativo, anche solo per rendersi conto delle potenzialità delle ultime evoluzioni dell’elettronica britannica – che tanti avvicinano ma pochissimi innovano. Non che io sia così insicuro da necessitare l’imprimatur di autorità musicali riconosciute, ma… http://www.residentadvisor.net/review-view.aspx?id=8637 .
Old Apparatus is a London collective of faceless and anonymous producers hiding behind a bunch of tracks and a graphic concept that are as essential as they are fascinating: old-looking pictures portraying some weird human hybrids whose heads have been replaced by some Ballardian conglomerates of lenses, old cameras and metallic plates – well, Google Images is better than my crappy English. No information, no words, just a few titles made only of numbers, abbreviations and a couple of “untitled.” Two releases, both for Deep Medi Musik.
The collective has shown two faces so far: the Zebulon one (their second EP, released a few months ago), which is slightly more ear-friendly, immediate and probably suitable for a broader audience, and the Old Apparatus EP (2010), which is rather harsh, complex and experimental. The latter will be the main reference for what follows.
The musical milieu the collective belongs to is – again – that neo-post-pre-dubstep, or that vaguely “dark” future garage (“dark” in the sense of the old school UK jungle glories such as Suburbase or Metalheadz). In short, that new/old musical genre made up of broken, obscure and dusty beats drowned in a lake of industrial echoes that Burial revitalised some years ago. What makes OA unique and actually far more interesting than Burial is precisely how all this material gets assimilated, elaborated upon and deepened.
There’s melody in OA as well, there’s rhythm, there are even voices singing, but all this (herein lies the gap) gets suffocated by a sort of huge, heavy cloud of industrial/ambient sounds and noises which slowly frustrate and mortify any hint of “normal” musicality. Think of a cascade of warm, viscous concrete pouring out of your headphones down into your ears, slowly covering and confusing all the sounds you were listening to.
If half of all this may be somehow Hyperdub-inspired, the gloominess and the generic “suburban” imagination, the other half is definitely close to the musical approach of many industrial/noise musicians who work on the reiteration and the extreme dilation of sounds like in a distorted Barthesian circulation of sounds, forms and meanings (e.g. Satori or Sleep Research Facility for their research on the dilation of sounds, and Morgenstern or some of those Japanese noise-weirdos like Aube for the ability to let musicality rise from chaos).
Old Apparatus is, in short, an impressive, solid and sharp synthesis of melody, immediacy and proximity to a rather popular group of references (post-dubstep, Hyperdub) mixed up with consistent research on dilation and negation of music that is closer to industrial and ambient/noise. All this undoubtably deserves a listen. Maybe with a little bit of patience it is definitely worth the effort, even just to appreciate the potential of the latest evolutions of British electronic music, which is approached by many but innovated by few.