Category Archive: NEW RELEASES

  1. RANDOM ACCESS MEMORIES – APPUNTI DI VIAGGIO

    Daft Punk - Random Access Memories

    Dopo una settimana di ascolto quasi ininterrotto di ram, spesso in macchina o in bici, sento che posso dire la mia. Premetto di essere un supermegafan dei Daft Punk, che ha pianto quando li ha sentiti a Torino e che è pieno zeppo di vinili, cd e compagnia bella, ma proprio per questo motivo ho voluto ascoltarlo più e più volte, per evitare di farmi condizionare dalla mia passione e dal fermento che ha preceduto l’arrivo di questo meteorite.

    Quando ho schiacciato play ed è partita Give life back to music, ho capito che dovevo mettere da parte i preconcetti e lasciarmi alle spalle il punk scemo di Homework. Sono bastati quei primissimi diciassette secondi di overture alla David Bowie per farmi capitolare.

    Riportare in vita la musica, quella vera e non quella di plastica. In fondo di questo si tratta e credo che sia il messaggio che ci vogliono trasmettere.

    Dopo anni di silenzio e di medioevo del groove qualcosa è cambiato e, come ogni volta, sono sempre i due del punk scemo a stravolgere tutto. Molti vacillano quando si aspettano qualcosa ed invece si ritrovano tra le mani tutt’altro. Guardi a destra e non c’è nulla e intanto da sinistra ti travolge un tir. Sbam, quattro minuti di chitarrina e bassone funky e ti chiedi: ma sta musica dov’era finita? Cosa sta succedendo? Quando scorrono queste note e queste sinergie sembra che stia sorgendo il sole. Poi alzi gli occhi ed il cielo è pieno di soli gialli e splendenti.

    A proposito di funk, ho sentito dire che hanno fatto un disco funk e che se vuoi sentire il funk è meglio sentire il funk originale. Vero, ma solo in parte. Premesso che c’è molto altro e che ridurre questo album ad un genere è decisamente ottuso, ma riportare in voga generi dimenticati per non dire sotterrati è, forse, una delle caratteristiche che più hanno caratterizzato i Daft Punk: maschere, megascenografia, macchine analogiche, già dei Kraftwerk, sono servite proprio per creare il movimento Daft Punk, un movimento che va ben oltre la musica e che ha come filosofia quella della continuità. E poi, la musica non è soprattutto questo? rispolverare e rimodulare vecchie sonorità? Oddio quanto facevano schifo gli anni novanta si diceva, quando, peraltro, erano tornati di moda gli ottanta; e oggi cazzo vogliono fare tutti gli Mc Hammer. Ma lo stesso discorso vale per Discovery e per Human After All. Nessuno si era preso male quando hanno chiamato mr Capitan Harlock per fare Interstella, o quando sono ritornati di moda i robot. Quindi se ora è il momento del funk, w il funk.

    C’è sempre un po’ di passato nel lavoro dei Daft Punk, ma come dico sempre: un conto è fare copia e incolla; ben diverso è, invece, reinterpretare e ricucire sulla propria pelle – rectius sulla propria tuta -  con le sue peculiarità. E loro appartengono a questa seconda categoria di messaggeri del tempo.

    Ma torniamo a ram, ché la strada è ancora lunga.

    Questo è un vero e proprio viaggio e non è la solita frase che si attacca agevolmente ad ogni esperienza sensoriale e che si usa quando si vuole dire qualcosa di fico, ma che poi, invece, risulta estremamente banale. Questo lo è veramente. Inutile prendere le tracce singolarmente e sbucciarle una ad una come si sbucciano i piselli. Lasciate perdere. E’ vero, sono molto diverse tra loro e c’è un po’ di tutto, ma l’idea rimane sempre la medesima: una batteria precisissima, che risalta su tutto, che scandisce la memoria e che appare d’improvviso anche quando non la si aspetta. Vedi Giorgio. Su Giorgio, peraltro, si potrebbe fare una tesi di laurea, non tanto per il featuring in sè che fa molto effetto, ma perché per farla breve: risveglia i morti. In tutti i sensi. In otto minuti ripercorre quarantanni di sperimentazione elettronica e se con un po’ di umiltà se ne ascoltasse pure il testo nella seconda parte, forse, un po’ di gente potrebbe imparare a fare musica più autentica.

    La cosa meravigliosa di questo minestrone di hi hat, di rullanti, di vocoder e bassoni impazziti è che se l’avesse fatta un qualunque producer medio che oggi viene definito genio avrebbe fatto solo una gran schifezza. Mi duole dirlo, ma è proprio così ed è meglio mettersi l’anima in pace. La minestra più buona è sempre quella della nonna.

    Ormai è un po’ che si viaggia e le tracce scorrono nella loro eterogeneità, ma mantengono costantemente questo senso di Musica e di freschezza che non muta nemmeno quando parte Within, che sembra uno di quei fiori che, come degli eremiti, nascono vivono e muoiono sulle vette montuose. Vogliamo parlare del piano? Io non sono musicista e non distinguo un do da un re, ma il bello della musica di qualità è che non serve essere Mozart per apprezzarne i pregi. Vivaddio non sarà il piano più sconvolgente della storia, ma è per come è inserito in questo contesto di suoni e colori che riesce a diventare straordinario. Una Something about us, meno finta e che non ha nulla da invidiare alla sua mamma. Un album pieno zeppo anche di amore: Beyond con i suoi archi, Touch Motherboard. Ma sono io incompetente o molti hanno le fette di salame sulle orecchie?

    Doppia collaborazione con Pharrell da masturbazione. Beh, Get Lucky è la hit e la sentiremo all’infinito, anche alla baby dance dei villaggi e Lose Yourself to Dance è proprio quello che dice di essere. Sexy, semplice, ma arriva dritta alle mutande, o al cervello; dipende se sei maschio o femmina. E poi ci sono le mie outsider preferite: la strokesiana Instant CrushFragments of Time, che mi riporta di colpo ad un Elton John in formissima e Doin’ it right che sembra più un tributo a loro stessi.

    Ho letto che si tratta semplicemente di collaborazioni e che in fin dei conti il loro lavoro si riduce a zero, o quasi. Collaborazioni? Tutti collaborano, oggi è fondamentale se no collassi e, magari, dopo che hai rivoluzionato il concetto di musica elettronica, da solo ti annoi anche. E poi definire collaborazione un lavoro di anni spalla a spalla con Giorgio Moroder, Todd Edwars o Neil Rodgers, scusate, ma è alquanto offensivo. Merito ai Daft Punk che hanno rispolverato personaggi storici, e non dinosauri, che magari si meritano anche un po’ di notorietà nell’era del web. Poverini, loro mica avevano internet ed i social. La maggiorparte dei ventenni non sanno nemmeno di che cosa stiamo parlando e probabilmente non lo so neanche io, anzi magari sto imparando proprio grazie a loro.

    Ho sentito dire che è un album per bambini. Sono rimasto un po’ perplesso, quasi si trattasse di uno svarione. Questo è al contrario un album per grandi. Niente drop, niente suoni strani, nuovi o artificiali. Niente trap-trip-step, ma solo una marea di musicisti che come dei nerd eccitati hanno costruito delle tracce pazzesche che suonano pulite come nessun altro album al mondo. E io sono uno che ascolta roba nuova con gusto. Ma vedo solo comparse, tante talentuose comparse che dicono la loro esilarante battuta, ma che davanti ai Protagonisti diventano trasparenti. Del resto, Guy e Thomas non hanno più ventanni, vanno per i quaranta e a quaranta fare musica demente è, in primo luogo molto meno faticoso; perchè chiamare sta gente a collaborare, se devo solo smanettare con i synth preconfezionati? E, soprattutto, è un po’ da sfigati.

    Ho sentito che se non si fossero chiamati Daft Punk queste tracce non se le sarebbe filate nessuno. Nulla di più sciocco. Al contrario, sostengo che se invece non si fossero chiamati Daft Punk, saremmo qui a parlare di geni e marziani. Che poi quanto odio il termine genio..Di geniale, mi duole dirlo, non ci sta più nulla. Geniale è avere le palle per fare qualcosa che è più rischioso che sicuro. Questo, sì, lo è.

    Questo album non è Discovery e non penso nemmeno che abbia la pretesa di esserlo. Gli artisti maturano e cambiano, anche se comunque anche un sordo capirebbe che il marchio di fondo è sempre lo stesso. Potevano e dovevano fare di più, si è urlato qua e là. Ma cosa vuol dire? Dovevano forse girare il solito film già visto, che li avrebbe inesorabilmente trascinati nel girone di quelli che per trentanni fanno sempre la stessa musica? O forse avrebbero dovuto, come in un circolo vizioso riproporre musica, inventata da loro, che oggi più o meno goffamente tentano di fare un po’ tutti? O magari, ancora, trasformarsi in una specie di entità immateriale che fa musica incomprensibile per tutti e meravigliosa per quattro o cinque persone? Non so cosa dovevo aspettarmi da questo album. La realtà è che la storia recente della musica dance, elettronica o quel che è, è scandita dal lavoro di questo duo, che nel bene o nel male, lancia le mode e le tendenze. Quindi cari rosiconi mettetevi comodi perché questo album per voi sarà un tormento.

    Semplice nella sua immensa complessità, autentico e pieno di vitalità. Essi non sono più strumento di esplorazione di universi sconosciuti e lontani, ma chiave d’Accesso per la Memoria e questo album sembra essere lì a ricordarmi che tutto è già stato qui prima di me. Mi aiuta, con la sua potenza, a togliermi dalla testa tutto il fasullo che mi sono abituato a sentire e ritorno ad apprezzare il suono degli strumenti.

    Un album Casuale? No per niente. Per rendersene conto basta semplicemente ascoltare i testi delle tracce. Profonde, ma non auliche. Comprensibili a tutti perché comuni a tutti. Non poesie, ma nemmeno parole a caso buttate sullo spartito come si buttano i dadi al tavolo verde.

    Commerciale? Ecco, se questo è commerciale ditemi subito dove si firma per avere musica così commerciale da qui all’eternità.

    Considerazione finale, sulle note di Contact: la maggiorparte dei commenti cafoni, per non dire tutti, li ho solo sentiti da italiani. Non è piaciuto a tutti, nemmeno all’estero, anche se è stato recepito molto meglio che da noi, ma pochissimi hanno sputato sopra questo lavoro con la violenza linguistica che si respira qui. Dire che una cosa è orrenda, o che fa schifo, o che prima era meglio non è molto costruttivo. Bisognerebbe, piuttosto, fare critiche pertinenti e soprattutto ascoltare i vecchi maestri con un po’ più di umiltà.

    E’ solo musica probabilmente, ma proprio per questo potremmo tutti rilassarci un po’, invece di parlare o scrivere solo per prenderci i nostri quindici like di gloria, perchè la gloria, se ci sono i Daft Punk di mezzo, la prenderanno sempre loro.

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  2. GIRAFFAGE – MUSIC SOUNDS BETTER WITH YOU

    giraffage-music-sounds-better-with-you

    Eccola, eccola, finalmente.

    Un annetto fa ero al rocket a sentire il suo live e, nel buio della sala, mentre ondeggiavo a ritmi uk garage, sorseggiando cocktail e abbracciando forte il mio amore, appare – musicalmente parlando – come la Madonna questo traccione re-editato e credetemi, non c ho più capito niente.

    Nei mesi successivi ho tormentato Giraffage, chiedendogli quando sarebbe uscito e stamane, prima di andare a sostenere un concorso del cavolo, apro facebook ed eccolo..

    Finalmente.

    Enjoy.

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  3. THE PIGEON DETECTIVES – WE MET AT SEA

    pig

    Se gradite i The Wombats; se nel vostro ipod non manca neanche un secondo dei Two Door Cinema Club; se, in generale, andate pazzi per l’indie melodico e sporcato dalle cadenze linguistiche dei frontman, allora il nuovo album dei The Pigeon Detectives non potete farvelo scappare.

    Animal è il primo singolo estratto dal loro ultimo lavoro We Met At Sea.

    Enjoy

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  4. CAYUCAS – BIGFOOT

    cayucas

    Non c’è molto da dire sui Cayucas.

    Loro sono californiani, vestono canotte e camicette color pastello e suonano surf rock a gogo. La formula è molto classica, ma loro sanno bene come applicarla. E oggi non è poco.

    Godeteveli in questi giorni di sole.

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  5. THE VIRGINS – STRIKE GENTLY

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    Nuovo album e primo nuovo video per i newyorkesi The Virgins.

    Che dire? La formula è sempre più o meno la stessa, sebbene in questo nuovo album ci sia più attenzione alla parte melodica piuttosto che al groove funkettone. I Talking Heads continuano a farla da padroni e ci si muove verso un post punk molto estetico, caratteristico del loro luogo d’origine.

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  6. IS TROPICAL – YELLOW TEETH

    is_tropical

    Tante novità in queste settimane. Tra queste non si può non parlare del nuovo singolo degli Is Tropical. A dire il vero ne hanno già sfornati un paio, ma questo merita un’attenzione particolare. Video che mi porta alla memoria i quadri di Rousseau – non chiedetemi il perchè – e traccia davvero bellissima. Continuo a sentirla e se ne va liscissima in loop senza stancare.

    Enjoy.

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