CULT NOT CLASSIC: NEW ORDER – POWER, CORRUPTION & LIES
Posted on 24 giugno 2012 by in CULT NOT CLASSIC.
Manchester era cambiata e anche noi sentivamo che qualcosa era mutato, per sempre. Ian non c’era più e durante quegli anni di incosolabile travaglio, tra un primo album incerto e nuove idee, arrivarono le luci e la disco. Liberarsi del fardello del passato è stato impegnativo e senza dubbio qualcosa ce lo siamo portati dietro, ma oggi, dopo anni guardiamo indietro, a quel 1983, quando Power, Corruption & Lies, stravolse il mondo della musica.
E lo stravolse a partire dalla sua copertina, così semplice e scarna a prima vista, ma così criptica ed innovativa. Tratta da Basket of Roses di Henri Fantin-Latour, rappresenta la solitudine del dolore, il passare inesorabile del tempo e lo colora con le tonalità fioche dei sentimenti. Allo stesso tempo, però, esalta il mondo dei segni e ci fornisce innumerevoli chiavi di lettura. Colori, numeri e lettere in un enigma per veri appassionati. Ogni fiore, ogni sfumatura di colore (cui corrispondono altrettante lettere), infatti, cela il senso intero del loro lavoro e lo rende ancora più interpretabile e meno scontato.
Meno scontato perchè le lunghe sequenze delle drum machine, spesso identiche tra loro, sono tutt’altro che un semplice susseguirsi di algoritmi e codici, ma sono l’essenza del nuovo che avanza e che si fa spazio tra le corde delle chitarre di Sumner; a volte in punta di piedi, altre, inarrestabile come un carro armato.
Manchester era cambiata, si diceva; e anche noi, in quel momento di crescita obbligata dovevamo cambiare. Avremmo potuto cambiare anche il mondo, perchè no? E così fu, infatti.
Quando venne presentata al mondo Blue Monday lo shock fu immediato. Ripresa nelle sue fasi embrionali in 586 e The Beach e poi trasformata in uno dei più grandi successi della storia, rappresenta la novità per eccellenza. Sample della Oberheim DMX ed il genio di Steve Morris che imbastisce una sequenza ritmica rivoluzionaria e portata al limite, con quel cambio di rullanti che frana sul timpano. La formula vincente nasce da qui; dalla simbiosi tra l’organico ed il meccanico, tra semplici “rumori” e fantasie visionarie. Influenzati, indubbiamente dai Kraftwerk e dalla primissima disco music aggiungono ulteriori elementi che lo rendono, se non fosse già palese, un disco epocale. Basso e voce fanno il resto; cupo il primo, quasi indecifrabile la seconda. Una voce fredda che si contrappone magistralmente al calore intenso del basso di Peter Hook.
Ma il disco è anche tradizionale e regala ballate New Wave tra le più belle mai ascoltate: Age of Consent, Leave Me Alone e Your Silent Face; accompagnate, peraltro, da liriche sincere che legano come un cordone ombelicale il passato ed il nuovo ordine, in un gioco di ricordi e speranze che smuove l’animo.


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