Proprio ora che fanno tutti dream pop, non potevano non tornare sulla scena i Beach House.
Quarto album della coppia di Baltimora, che negli anni ha migliorato esponenzialmente la propria capacità compositiva e che trova meritata consacrazione. Un lavoro che mi ha sedotto al primo rapido ascolto. Armonico e leggero si espande nella stanza, coinvolgendo completamente chi ascolta. Malinconico quanto basta, non ti porta al suicidio, ma al contrario tocca le corde giuste e fa pensare a tante belle cose. Ogni traccia è un viaggio romantico e Myth, in particolare, indica il percorso ed apre magistralmente, con un gusto molto Sophie Marceau, questo album spettacolare.
Se mai porterò la mia bella in collina per un pic nic, lo lascerò agire in sottofondo, mentre lentamente farò scivolare la spallina del suo vestito a fiori..
Non sono un amante del hip hop, ma di tanto in tanto mi concedo qualche americanata.
Giro Youtube e m’imbatto in un paio di Live di AraabMuzik, produttore statunitense, che ora come ora è sulla bocca di tutti. Uscito lo scorso anno con un album d’esordio che, tuttavia, non mi ha impressionato più di tanto, sebbene sia di una qualità davvero fuorì dal comune. Techno, Trance, Hip Hop, Dubstep, tutto insieme in un minestrone che lo rende quantomeno indecifrabile. Non sono un amante del genere, si diceva, ma occore tener distinto – nettamente – il gusto personale dalla qualità e dalla tecnica.
Ciò che comunque mi sconvolge e travolge completamente è la sua esibizione live. Questo è un pazzo scatenato che sembra avere le dita di Terminator e la concentrazione di uno scacchista. Con un Mpc Akai in mano si esibisce in giochi pirotecnici impressionanti e crea uno spettacolo unico, senza alcun dubbio. Siamo ben oltre la drum machine ed i sequencer, siamo ad un livello di tecnica e precisione che sembra davvero che ci sia sotto qualche trucco; tipo quella vecchia storia di Ronaldinho e le traverse magiche. E invece sono solo le sue mani. Impulsi che vanno alla velocità della luce e che dominano la macchina. Una specie di superuomo moderno, che ribadisce la sua supremazia sullo strumento, tanto da farlo sembrare inadeguato.
Che poi, a dirla tutta, oggi ne trovi a volontà di nerd che si caricano il loro bel video fatto nella cameretta con semplici virtuosismi, che sebbene impeccabili, non oltrepassano le mura domestiche; farlo dal vivo in mezzo alla gente è tutta un’altra America.
Sfrutta la macchina in tutte le sue potenzialità e la tiene al suo servizio, inchiodata ed incerottata; sempre col rischio che da un momento a l’altro venga giù tutto. E difatti la gente fa le capriole, urla e non ci capisce più un cazzo. Alcuni lo fissano con gli occhi pallati.
Hands up, Hands up.. si esatto..limitiamoci ad alzare le mani e lasciamo fare a lui il resto.
“Nella giungla dovrai stare finché un 5 o un 8 non compare”.
Prima di ascoltare questa nuova canzone di Azealia Banks, la fenomenale Azealia Banks, state attenti. Perché dentro Jumanji si rischia sempre di rimanere intrappolati…
e questa traccia rischia seriamente di rimanervi intrappolata in testa per un lungo tempo.
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“In the jungle, you must wait, until the dice read 5 or 8.” Before listening to this new song by Azealia Banks, the sensational Azealia Banks, pay attention. ‘Cause there’s always the risk to be trapped inside Jumanji… and this tune risks to be trapped inside your head for a very long time.
Primo singolo tratto da Language, nuovo album in uscita per i Londinesi Zulu Winter.
Che dire? Niente di nuovo sotto il sole, ma questo mix di Kasabian e Foals, con qualche sbirciatina nel mondo dei Gallagher ha il suo perchè e si mescola con grande dignità nel mondo british.
L’impegno politico e la protesta sociale hanno vari volti e i The Smiths in questo senso hanno indossato sempre le più svariate maschere per manifestare il loro dissenso. Meat is Murder però, a differenza di altri importantissimi album nella carriera di Morrisey, è indubbiamente il più esposto ed in parte il più maturo. Sono lontani – sebbene non in senso prettamente cronologico – i tempi dei fiori in tasca, con i quali si è dato il via al fenomeno indie modernamente inteso e spesso ridotto a stereotipo culturale, più che musicale.
Questo è un Cult d’altri tempi, un cult che con grande ironia e senso del reale, come una lista della spesa, ha elencato le dinamiche che più interessavano la band. Sarebbe riduttivo, peraltro, fermarsi all’analisi semantica delle parole e all’impatto del soldatino sul campo di battaglia. La protesta investe tutto il Paese, a partire, ovviamente, dalla loro Manchester, città nella quale era più facile prendere schiaffoni dai maestri che leggere un libro.
L’album parte dalle piccole dinamiche del terrorismo psicologico del mondo dell’istruzione – indubbiamente autobiografiche – per arrivare al lamento dei bovini maciullati dai magnati della ristorazione. Oggi, forse, tutto questo può sembrare banale, ma per i tempi era sicuramente un elemento in parte anche pericoloso, soprattutto se manifestato da una band sempre definita, anche qui in modo molto riduttivo, pop; band che, peraltro, doveva necessariamente superare il discreto impatto del primo album.
In mezzo ci sta tutto il classico repertorio dei The Smiths e quindi la poesia mescolata ad efficacissime melodie e chitarre caratteristiche del mondo britannico; ovviamente la costante è sempre la solitudine e quel senso di impotenza di fronte ai massimi sistemi. Musicalmente intraprendono sentieri più incerti, che introducono alla musica anni novanta e non si limitano ai riff alla This Charming Man. Le ballate d’amore però non mancano e, soprattutto, in Well I Wonder troviamo quel filo conduttore che collega i sentimenti e l’arte di Morrisey alla musica che ha sempre prodotto.